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Flop della digitalizzazione. Le code allo sportello raddoppiate in soli venti anni

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Roma, 4 mar – Digitalizzazione. Smart working. Snellimento della burocrazia. Posta elettronica certificata. Consultazione attraverso cellulari e computer. Parole al vento e bla bla bla. Al punto che le code agli sportelli pubblici sono aumentate rispetto a 20 anni fa. Si stava meglio, insomma, quando si stava peggio. Le mette impietosamente nero su bianco uno studio della Cgia di Mestre che ha rilevato come le code alle Asl siano idealmente aumentata di 19 persone negli ultimi venti anni. Quando ci rechiamo all’ufficio anagrafe del nostro Comune invece sono cresciute di 13.
Maglia nera al centro-sud
L’elaborazione è stata possibile utilizzando dati Istat che certificano quante persone maggiorenni si sono recate agli sportelli della pubblica amministrazione e atteso più di 20 minuti. Nel 2017, 52,7 intervistati su 100 hanno dichiarato di aver atteso più di 20 minuti davanti allo sportello di una Asl, la metà in più rispetto a quanti si erano trovati nella stessa situazione nel 1997, quando erano il 33,8 per cento. Roba dell’altro mondo nell’epoca della digitalizzazione. Ben 23,8 su 100, invece, gli intervistati rimasti in lunga attesa allo sportello di un ufficio anagrafe: nel 1997 erano il 10,5 per cento. A conti fatti sono più che raddoppiati. Impietosamente. Le situazioni più difficili si registrano nel centro-sud: Calabria, Basilicata e Puglia se si guarda alle Asl; Lazio, Sicilia e Puglia se si finisce negli uffici anagrafe. Tra i virtuosi, Friuli, Alto Adige e Valle d’Aosta.
Una tassa per cittadini e imprese
“A pagare il conto di queste inefficienze – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – non sono solo i cittadini, ma anche molti micro imprenditori. Ricordo che oltre il 70 per cento dei 3 milioni di artigiani e commercianti presenti in Italia lavora da solo. Pertanto, quando un autonomo si deve recare presso un ufficio pubblico che, spesso, è aperto solo al mattino, è costretto ad abbassare la saracinesca della propria attività e a mettersi in fila. Crediamo che molti uffici pubblici che hanno un rapporto diretto con il cittadino dovrebbero, tuttavia, organizzarsi in funzione di quest’ultimo e non in relazione alle esigenze di coloro che lo gestiscono. In particolar modo al Sud, dove l’efficienza della nostra Pubblica amministrazione è spaventosamente insufficiente”.
E in effetti se dalle famiglie ci spostiamo verso le imprese non va meglio. Un’altra elaborazione della Cgia, stavolta su dati della Banca Mondiale, ha rilevato che in Italia servono 228 giorni per ottenere tutti i permessi/certificati e simili per costruire un fabbricato ad uso produttivo. Per non parlare se un imprenditore si deve rivolgere a un tribunale per la risoluzione di una disputa commerciale: a Roma servono 1220 giorni in media, come dire tre anni. La media delle altre capitali europee è 661 giorni. Ovvero 459 in meno. Roba da terzo mondo. Se non fosse che anche da quelle parti rischiano di risentirsi per l’accostamento.

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